Convegni e Comunità: riflessioni di un Educatore creativo

Dalla home di Facebook appare un evento. Apro il link, valuto velocemente tempo richiesto e giorni indicati. Ok, ce la posso fare, mi iscrivo. Si festeggia il “compleanno” di una Comunità Terapeutica per minori della mia città con un convegno al quale parteciperanno nomi noti e meno noti ai più. Non ho mai lavorato alla Passeggiata, ma, naturalmente, la conosco. Rifletto sul nome, semplice e insolito allo stesso tempo. Perché la Passeggiata? È un invito a percorrere un pezzo di strada cercando di alleviare la fatica del percorso oppure ha una valenza più sottilmente ironica a indicare che tale percorso non sarà una passeggiata? Conosco bene il mondo degli adolescenti, sono stata per anni sulla soglia della psichiatria oltrepassandola più volte, per non essere consapevole che possono essere vere entrambe le cose. La Comunità in fin dei conti è questo: camminare insieme senza dimenticare di posare lo sguardo su ciò che c’è intorno. Se così non fosse, sarebbe ghetto o parcheggio. Terapeutico, ma pur sempre parcheggio.

Mi iscrivo dunque al convegno, la parola minori agisce da catalizzatore emotivo. Non li ho dimenticati, è evidente.

Arriva il giorno indicato e mi reco al luogo del convegno. Conosco alcuni dei relatori e degli organizzatori, ci salutiamo, li ritrovo affabili e cortesi come sempre. Gli interventi si susseguono a testimoniare l’impegno quotidiano, clinico ed educativo, di una realtà così importante e complessa. Lo sguardo mi cade sulla brochure dove sono indicati i laboratori esperienziali proposti per il giorno successivo, sorrido.

̶ È evidente che questi lavorano seriamente sui minori e investono risorse, anche economiche, avvalendosi di professionisti interni ed esterni ̶ penso ̶ quasi un miraggio se paragonati a tanti!

Con una certa amarezza, ripenso alle aziende che costituiscono associazioni di volontariato per attirare gente disposta a elargire prestazioni a titolo gratuito nel maldestro tentativo di sopperire al vuoto creativo e progettuale di cui sono vittime e artefici.

Ma un convegno è anche occasione di confronto e di incontro con persone e professionalità diverse provenienti da realtà differenti dalla propria. Ho conosciuto neuropsichiatri, psicologi, educatori, aspiranti musico-terapeuti, studenti. Tra questi ultimi è stata degna di nota una ragazza al terzo anno di Psicologia, una ragazzina intraprendente e ambiziosa che ha ben interpretato il pensiero di tanti operatori del settore. La ragazza si è espressa nel modo seguente: “io non sarei in grado di lavorare in un contesto di questo tipo, ma sarò una psicologa (fighissima), perché c’è una bella differenza tra fare la psicologa e fare l’educatrice.”

Ho smesso da tempo di rispondere all’idiozia, mi accontento di quel piccolo margine di consapevolezza che fa ammettere la propria inadeguatezza e i propri limiti, elementi essenziali a operare un’auto-eliminazione da certi contesti di cura nei quali è richiesta una messa in gioco completa delle proprie competenze professionali, sicuramente, ma anche umane ed empatiche.

Se ne parlo, è per dare testimonianza del come siamo percepiti e di come, spesso, noi educatori percepiamo noi stessi.

Personalmente ritengo che esistano due tipi di Educatori: il creativo e l’esecutore. Il primo inventa, sperimenta, attua; il secondo segue il modello operativo indicato dall’altro. E così è per tutte le professioni.

Tornando al convegno, ho visto un gruppo di lavoro coeso e motivato, felice di trovarsi lì, soddisfatto del lavoro svolto. Un’equipe che fa supervisione (reale e non finta, costante e non estemporanea) e se pure avverte la fatica del lavoro sul campo, possiede le risorse per affrontarla senza che questa si trasformi in burnout.

La speranza è che il lavoro educativo acquisisca maggiore centralità e che gli strumenti che ci sono propri in quanto Educatori professionali, siano riconosciuti e valorizzati.

Alla Passeggiata, invece, auguro buon lavoro. La testimonianza resa in questa occasione conforta e incoraggia sia i professionisti del settore che i genitori di adolescenti problematici.

La comunità può essere contesto che cura e nel quale l’esperienza di un sé, magari sofferente e frammentato, può trovare adeguata espressione oltre al sostegno e all’attenzione che merita.

11 risposte a "Convegni e Comunità: riflessioni di un Educatore creativo"

  1. Grazie Marinella per essere venuta e sopraffatto per le tue riflessioni. E grazie per aver capito lo spirito che ci ha animato nell’organizzazione di questo convegno. È sempre bello “riconoscersi”

    Piace a 1 persona

  2. Grazie Marinella per essere venuta e sopraffatto per le tue riflessioni. E grazie per aver capito lo spirito che ci ha animato nell’organizzazione di questo convegno. È sempre bello “riconoscersi”

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