Come nasce un Educatore: le colpe di Alessandro

Settemilatrecento giorni. Vent’anni e a dirlo mi fa quasi impressione perché mi dà l’idea di quanti anni io abbia e di quanti ne abbia spesi a fare l’educatore.

Educatrice professionale per l’esattezza ovvero: agente di cambiamento sociale e personale, professionista della relazione d’aiuto, portatore sano di empatia, manutentore degli altrui toni umorali, rilevatore di disagi psichici e/o emotivi, domatore di leoni, meccanico e autista, cuoco e addetto alle pulizie, bersaglio prediletto di frustrazioni generalizzate provenienti da diverse aeree nonché di deragliamenti cerebrali dovuti a bruschi cambiamenti metereologici e/o ormonali. L’educatore è insegnante, animatore, cantante, scrittore, pittore, fotografo, sindacalista di se stesso che è meglio. Il suo motto è: fare, saper-fare, saper far fare, la sua essenza è essere ed esserci per l’altro. Un altro sofferente, fragile e non importa se lo stato di bisogno sia temporaneo o cronico. Quella è una differenza che operiamo nei PEI (il potenziale educativo dei PEI sarebbe enorme se fossero davvero attuati).

Quando ero una giovane studentessa, ho svolto la mia prima esperienza di tirocinio in un Centro d’accoglienza di Cosenza, gestito dal fratello della mia docente di Pedagogia nel quartiere più degradato della città Lui si chiamava Alessandro ed era un volontario della Caritas che, a un certo punto della sua vita, decise di abbandonare i suoi studi universitari per dedicarsi interamente all’ Arcadinoè. Lo chiamavano il Santo e un po’, forse, lo era davvero.

Una volta andammo a prendere a casa uno dei ragazzi che frequentavano il centro, mi sembra si chiamasse Antonio e, se non ricordo male, aveva una qualche forma di disabilità. Antonio abitava con la madre in una scuola dismessa e, come spesso mi capita, una percezione emotiva fu immediatamente trasformata in sensazione fisica. La vista della povertà, quella vera, mi colpì come un pugno in faccia. Non ero preparata, non sapevo niente. Ancora oggi conservo un ricordo nitido, seppure frammentato di brandine e mobili di fortuna addossati a pareti bianche e azzurre in una enorme stanza dai soffitti alti.

Alessandro accoglieva chiunque; buoni e cattivi, sani e meno sani, studenti e professori. Quell’anno presi i pidocchi e per me che avevo capelli lunghi e folti fu una tragedia. “Prendilo come un sacramento” mi disse il Santo. Ripetei il sacramento anche una seconda volta con maggiore disperazione da parte mia (toccatemi tutto, ma non i capelli). Non so cosa ne sia stato di Alessandro, ma so per certo che le sue parole sono state profetiche e la sua figura ha influenzato l’educatrice che sarei diventata. Ho accolto buoni e cattivi, sono stata dalla parte dei più deboli e dei più incazzati, ho continuato a sentire il dolore come un pugno in faccia. Ero davvero convinta che l’educatore dovesse fare questo. Credevo di prendere un sacramento e invece ho preso una gran fregatura, caro Alessandro.

Dopo tanti anni non mi illudo più. Le vicissitudini dell’ultimo anno mi hanno tolto la cosa più importante: la speranza. è stata una perdita sofferta, molto dolorosa, impossibile da perdonare perché io non sono Alessandro. Lui ne sarebbe capace, ma io no. Non ancora, almeno.

La mia categoria professionale ha ancora molti limiti e troppo poca consapevolezza di sé stessa. Una formazione standardizzata e approssimativa, l’abitudine ad accontentarsi e a vivere nella routine e nella crisi del servizio di turno, l’ assenza di un pensiero critico e, in alcuni casi, di un pensiero, caratterizzano un quadro molto triste. Mi auguro che le eccezioni siano numerose, mi auguro che le nuove leve sappiano tornare alla spinta creativa di noi pionieri. Noi abbiamo commesso molti errori, ma eravamo privi di riferimenti, noi non abbiamo pensato alla carriera perché eravamo troppo impegnati a fare e ad essere. Noi siamo stati degli idealisti, noi abbiamo amato la nostra trincea e, nonostante tutto, continueremo ad amarla magari solo un po’ più scazzati e disincantati. Parafrasando il mio caro Carver, con un po’ di fortuna, continueremo a tenere la rotta orientandoci sempre con le stelle.

P.S. Mi scuso per eventuali errori o refusi, ma inderogabili attività casalinghe richiedono la mia preziosa presenza e non ho il tempo di rileggere.

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