La venditrice di libri

Ho la pessima abitudine di trasformare in storia tutto quello che mi accade o che vedo accadere intorno a me. “La venditrice di libri” è il resoconto della mia recente partecipazione al Festival culturale organizzato dall’ Associazione  Archicultura di Acqui Terme. A modo mio… 

Anna vendeva libri sin da quando era bambina. Era cresciuta nella libreria  che apparteneva alla sua famiglia da generazioni. Subito dopo la scuola, andava nello storico locale dove la madre aveva allestito un piccolo tavolo apposta per lei. Circondata dai grandi scaffali pieni di volumi, Anna faceva i compiti, senza lasciarsi distrarre dall’ andirivieni dei clienti. In quegli anni erano numerosi, la gente leggeva e cercava storie da vivere attraverso le parole scritte da altri. Di tanto in tanto, la bambina prendeva posto sulla seggiola dietro il bancone e giocava a vendere libri, immaginando di essere una specie di fata che elargiva il dono dell’immaginazione e del sapere a chi sceglieva di portare a casa un libro. Nel caso in cui i libri fossero stati due, il gioco si faceva più interessante; col secondo libro la fatina regalava il biglietto di una speciale lotteria: il vincitore avrebbe avuto in dono  la capacità di inventare storie o di trasformare in fantastiche avventure i piccoli inconvenienti e conflitti quotidiani.

Arrivò il giorno in cui Anna rimase da sola a gestire la libreria. I clienti non erano più numerosi come prima; l’avvento degli ebook, di Amazon e dei social network avevano influito negativamente sugli affari. Tutto era diventato molto veloce, non si aveva più tempo di passare tra gli scaffali delle mezz’ ore alla ricerca del libro giusto; era molto più semplice acquistare il bestseller del momento restando comodamente seduti sul divano di casa. Era sufficiente un click e l’affare era concluso.

Ogni tanto Anna aveva la tentazione di cambiare vita e lavoro, ma sapeva che non poteva sottrarsi al compito che le era stato affidato da chi l’aveva preceduta. Non era possibile conoscere o valutare le conseguenze, forse disastrose, che una scelta di quel tipo avrebbe recato.

Anna riteneva di avere una missione da compiere e si preoccupava di non avere nessuno a cui affidare il suo segreto. Aspettava che qualcosa succedesse, affidandosi più al destino che alla fede, confidando nella successione di eventi casuali che a volte determinano cambiamenti improvvisi e repentini della propria vita. Anna era fatta così.

Ogni mattina sollevava le saracinesche con la quieta rassegnazione dei gesti abituali ed inevitabili e allestiva il banco esterno alla libreria, quello che doveva attirare i clienti di passaggio e far loro desiderare di avere con sé uno stralcio di vita diversa dalla propria.

I passanti più frettolosi si limitavano a gettare uno sguardo distratto sui libri esposti, solo coloro che venivano catturati da un titolo o da una copertina particolare, indugiavano un attimo in più. Nei loro occhi balenava, probabilmente, il desiderio di soffermarsi ad ammirare quegli oggetti colorati, perfettamente allineati e statici eppure così invitanti. Forse si ripromettevano di tornare quando avrebbero avuto più tempo a disposizione, o forse no. Qualunque cosa i passanti pensassero o desiderassero, i libri restavano lì, esposti alla curiosità o all’ indifferenza, pronti a seguire i movimenti delle dita che sfogliavano le loro pagine, obbedienti nonostante l’irruenza o la pacatezza dei contenuti che racchiudevano. Qualcuno si fermava al banchetto, li guardava attentamente, ne prendeva uno in mano, ne accarezzava la copertina con delicatezza, lo girava per conoscere i primi segreti in esso racchiusi. Spesso una mano li sfiorava tutti, mentre gli occhi andavano alla ricerca di qualcosa che li avrebbe catturati e fermati.

Qualche libro abbandonava i suoi compagni con un muto saluto e si infilava in un sacchetto di carta, impaziente di narrare la sua storia, magari alla sera, nel silenzio di un soggiorno ben arredato o alla tenue luce di una lampada da notte. Pazientemente girava le sue pagine, svelando i suoi misteri, narrando vite ed avventure, declamando poesie o facendo sfoggio di splendida cultura. La punta di una matita marrone imprimeva un segno su questo o quel passaggio, a segnare il punto dove il lettore, prima o poi, sarebbe tornato per ritrovare una traccia di sé, per rileggere ciò che avrebbe scritto se fosse stato il vincitore della lotteria indetta dalla fantasia di una bambina che vendeva libri.

Assolto il suo compito, il libro restava ancora per qualche giorno accanto al proprietario perché occorreva un po’ di tempo per staccarsi dai personaggi con i quali si era entrati in una relazione così intima. Successivamente avrebbe ricevuto la giusta collocazione nella biblioteca della casa, a seconda dell’entità delle sensazioni che aveva suscitato.

Anna li guardava andar via, sorridendo, educata e soddisfatta, ma con la coda dell’occhio controllava che lui fosse ancora al suo posto.

Era il libro più piccolo ed insignificante. L’anonima copertina blu e il titolo banale, scritto in bianco, non solleticava alcun senso e non stimolava nessun interesse. Anna, però, non lo perdeva mai di vista e ogni sera, prima di andar via, lo avvolgeva con cura in un panno, come se volesse consolarlo per il freddo e la polvere a cui era stato esposto durante il giorno. Lo portava a casa con sé, lo riponeva nel primo cassetto del mobile d’ingresso senza dimenticare mai, nemmeno una volta, di chiudere a chiave.

Una volta al mese lo sfogliava, fino ad arrivare alla pagina in cui aveva interrotto la lettura la volta precedente, riprendendo a leggere esattamente da quel punto; non una parola prima, non una parola dopo. Ripeteva questa operazione regolarmente, mese dopo mese, anno dopo anno e prima di lei,  sua madre, suo nonno e il padre di lui.

Ogni primo mercoledì del mese, alle ventitré, Anna si recava nello studio, chiudeva la porta alle sue spalle e si dirigeva verso la massiccia scrivania. Con la sola luce della lampada da tavolo, si accingeva a compiere quel rito, lasciandosi rapire dalle parole che avevano riempito le pagine che, fino al mese precedente, erano state bianche. Incessantemente, Anna continuava a leggere le storie delle vite che mani frettolose o carezzevoli avevano lasciato cadere nel libro apparentemente insignificante, chiedendosi se prima o poi avrebbe mai scoperto il suo ineffabile mistero.

Marinella Emilia Brizza

 

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