Come si diventa edu-scrittrice 2° parte

Costruii il mio sogno sulla carta e lì rimase. Le mie parole emozionarono qualcuno e lasciarono indifferente qualcun altro. Non me ne preoccupai…ormai sapevo quello che dovevo fare: cercare di dare un Senso al mio lavoro, al mio esser parte di un luogo di sofferenza ma anche di speranza. Cominciai a fare con i ragazzi quello che avevo sempre fatto da sola: scrivere! Il primo a lasciarsi coinvolgere nel progetto di scrittura con un certo entusiasmo, fu un ragazzino la cui mente si alimentava di bugie e storie poco credibili. Al di là di ogni possibile diagnosi in merito ( non mi competono) la possibilità di inventare storie in maniera sana e maggiormente strutturata, fornì una cornice sana a quello che ormai era percepito da tutti come un problema rilevante. Trovato il giusto canale, scrivemmo diversi racconti e tantissime poesie. Il ragazzo cominciò a prendere contatto con delle parti di sé dimenticate e a riportarle a galla, riuscendo ad emozionare e commuovere il suo piccolo pubblico. Non era più un gigante da temere ma un adolescente come tanti. Aveva qualcosa da dire e lo faceva  in maniera creativa e positiva 🙂 Per anni andai avanti pazientemente, tentando di fissare sulla carta istanti di vita più o meno preziosi. Continuavo ad essere ossessionata dalla ricerca del Senso, di una motivazione che non fosse quella di percepire uno stipendio. La casa che avevo costruito per il Dr Meluzzi esisteva solo nella mia testa; la realtà non assomiglia a un sogno, è cosa risaputa per tutti. Per tutti, ma non per me. Un laboratorio di Scrittura creativa in una Comunità è ben diverso dal tipo di laboratorio classicamente strutturato che tutti conosciamo. Spesso scrivevamo negli ambienti comuni come la sala mensa o la sala TV, ( una delle poesie più belle e intense è stata scritta addirittura su un pianerottolo!), mentre qualcuno mi chiamava per fare altro, mentre dovevo alzarmi per andare ad aprire o chiudere una porta, mentre c’era qualcuno che ci passava davanti con la cesta della biancheria o  si preparava per apparecchiare per la cena. Eppure quando ci si sedeva davanti al computer, il caotico scrittore in erba, chiedeva silenzio e gli altri, rispettosamente, glielo concedevano, sapendo che a loro sarebbe stato dato altrettanto. Ognuno aspettava il proprio turno per poter scrivere, per avere la mia completa attenzione una volta tanto senza litigare. Quasi per magia, il conflitto spariva e subentrava anche il diritto alla privacy, che veniva rigorosamente osservato nel rispetto di una specie di codice non detto ma da tutti conosciuto. Arrivava poi, al termine del lavoro, la fase e la scelta della condivisione dei propri scritti, ovviamente per chi lo desiderava, (quasi tutti). Era il momento delle emozioni che scorrevano vivide ed intense; lacrime e sorrisi, applausi e stupore. “Non sapevo di avere tutte queste cose dentro. Grazie, Mari, per avermi aiutato a tirarle fuori”. Per anni mi sono illusa di aver segnato qualche punto contro la Vecchia Signora, ma ora che sono  più saggia e più umile, posso solo ringraziare i miei ragazzi per questo lungo percorso condotto insieme e per aver ricevuto da loro più di quanto io abbia dato.

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